10 dicembre, cibo, agricoltura ed acqua

11 Febbraio 2024

Il 10 dicembre è stato l’ultimo giorno in cui la Cop 28 è stata dedicata ad uno specifico tema. I giorni successivi vedranno una rincorsa affannosa ad un testo finale e ad un rendiconto, lo stocktaking che, ricordiamo, è obbligatorio ai sensi dell’Accordo di Parigi. Al Jaber ha chiesto a tutti i Paesi di riunirsi per trovare un terreno comune a fronte dei profondi disaccordi sul futuro dell’azione per il clima. Tutti verranno ascoltati, ha affermato.

La questione dell’eliminazione o della riduzione graduale dei combustibili fossili è irrisolta. Lunedì mattina la presidenza ha promesso un nuovo testo e in anticipo convocherà tutte le parti per elaborare un compromesso sulle questioni chiave. L’Iisd osserva che il 9 sera i ministri, che hanno guidato il Global stocktaking (Gst) e le discussioni sull’eliminazione graduale dei combustibili fossili, non avevano niente di sostanziale da dire sul sistema energetico al di là della eterna divergenza di opinioni sull’opportunità o meno dei combustibili fossili di essere eliminati più o meno gradualmente. L’Iisd prevede che i colloqui proseguiranno oltre l’ultimo giorno nominale di martedì e si estenderanno fino a mercoledì e forse giovedì. Qualcuno ha notato che il testo negoziale reso noto utilizza per il riscaldamento globale fino ad oggi un dato obsoleto di 1,1 °C, la media del periodo dal 2011 al 2020 calcolata dall’Ipcc AR6, mentre è di almeno 1,3 °C (UK Met Office).

Cibo e agricoltura

È la prima volta a Dubai che la Cop climatica si occupa di food. La ragione sta nel fatto che un quarto delle emissioni globali ha a che fare con quel mondo e che la Cop 28 si appresta a tirare le somme. Gli obiettivi a lungo termine dell’accordo di Parigi non possono essere raggiunti senza un’azione climatica sul cibo, a parere dell’Ipcc. I lobbisti delle aziende agricole industriali e dei gruppi commerciali si sono presentati in numero record. Si stima che siano 340 e molti sono embedded nelle delegazioni nazionali. Sono presenti partecipanti provenienti da alcune delle più grandi aziende agroalimentari del mondo, come l’azienda confezionatrice di carne Jbs, il gigante dei fertilizzanti Nutrien, la Nestlé e l’azienda di pesticidi Bayer, e molti altri potenti gruppi commerciali del settore. Gli interessi dell’industria della carne e dei derivati del latte sono particolarmente ben rappresentati con 120 delegati a Dubai, il triplo del numero registrato alla Cop 27. Il bestiame emette infatti circa un terzo della produzione globale di metano.

La carne non è l’unico settore sotto accusa. Agricoltori, rivenditori e trasformatori contribuiscono alle emissioni di gas serra anche abbattendo alberi, utilizzando i fertilizzanti sintetici derivati ​​da combustibili fossili e con il trasporto, imballaggio e stoccaggio del cibo. Si stima che le emissioni delle cinque principali aziende produttrici di carne al mondo siano significativamente maggiori di quelle di giganti petroliferi come Shell e Bp, mentre il contributo del 3,4% dell’industria lattiero-casearia alle emissioni globali indotte dall’essere umano è superiore a quella del trasporto aereo. Anche le aziende produttrici di pesticidi hanno partecipato in gran numero quest’anno, con un aumento del 30% rispetto al 2022. Bayer, Syngenta, Basf e la loro associazione di categoria CropLife, che si è opposta ai tentativi di attuare nuove misure climatiche, hanno inviato 29 delegati. Anche l’industria dei fertilizzanti sintetici ha registrato un forte aumento dei rappresentanti.

La produzione alimentare in tutto il mondo subirà gravi conseguenze a causa della crisi climatica, anche se il mondo riuscisse a contenere l’anomalia della temperatura globale a 1,5 °C. Il warming influenzerà tutti gli aspetti della produzione alimentare e tutto il ciclo di crescita delle piante, dalla germinazione alla maturazione, fino al momento dello sviluppo. La produttività agricola è in calo in alcune aree dell’Africa e, a livello globale, aumenta di circa l’1,14% l’anno, mentre sarebbe necessario aumentare di almeno il 2% l’anno per soddisfare il fabbisogno alimentare mondiale entro il 2050. In alcune parti dell’Africa, l’arresto della crescita infantile per la denutrizione colpisce circa un terzo dei bambini e crea enormi problemi per il loro futuro sviluppo mentale e per il destino dei loro Paesi. La chiave per prevenire l’arresto della crescita infantile è la diversità nella dieta.

La Fao ha pubblicato il 10 dicembre la prima parte della sua roadmap sulla riforma dell’alimentazione e dell’agricoltura. L’agricoltura e l’allevamento sono importanti fonti di emissioni di gas serra, contribuendo direttamente a circa un decimo della produzione globale di carbonio e più del doppio se si include la conversione degli habitat naturali in agricoltura. Fino ad ora, tuttavia, l’Onu non si è misurata col problema di descrivere in dettaglio come il mondo possa soddisfare i bisogni nutrizionali di una popolazione in crescita, che si prevede raggiungerà i 10 miliardi entro il 2050, e ridurre nello stesso tempo i gas serra globali a zero. La tabella di marcia sarà precisata nei prossimi due o tre anni, a partire dalla roadmap che contiene 20 obiettivi chiave da raggiungere tra il 2025 e il 2050, ma pochi dettagli su come possono essere raggiunti. Gli obiettivi includono:

  • ridurre le emissioni di metano derivanti dal bestiame del 25% entro il 2030;
  • garantire che tutta la pesca mondiale sia gestita in modo sostenibile entro il 2030;
  • acqua potabile sicura ed economica per tutti entro il 2030;
  • dimezzare lo spreco alimentare entro il 2030;
  • eliminare entro il 2030 l’uso delle biomasse tradizionali per cucinare.

Scarso non solo nei dettagli, secondo gli esperti, il rapporto non è sufficiente a farci uscire dal percorso ad alto inquinamento, ad alto contenuto di combustibili fossili e dal problema della fame nel mondo. Nutrire il pianeta senza distruggerlo è una delle sfide più grandi che abbiamo davanti, secondo l’Agenda 2030. I Paesi ricchi dovranno spingere le persone verso diete meno incentrate sulla carne e promuovere tecnologie e pratiche per ridurre le emissioni agricole. I Paesi a basso reddito dovranno aumentare in modo sostenibile la produttività delle colture e del bestiame. I piccoli agricoltori avranno bisogno di molta più assistenza per adattarsi alle condizioni meteorologiche estreme. E tutti questi cambiamenti dovranno avvenire senza sacrificare ulteriormente le foreste a favore dell’agricoltura. Preparare un piano per eliminare la fame estrema e un terzo delle emissioni di gas serra provenienti dai sistemi alimentari non è un compito facile. La roadmap pone un’enorme enfasi sui miglioramenti incrementali dell’attuale sistema alimentare industriale, ma è improbabile che queste proposte improntate all’efficienza siano sufficienti. Il Rapporto della Fao menziona una serie di questioni critiche, tra cui il reddito agricolo, i diritti dei lavoratori agricoli e l’emancipazione delle donne. Il Rapporto trascura di invitare le grandi aziende agricole a realizzare riduzioni reali delle emissioni, soprattutto nei Paesi ricchi dove la riduzione delle emissioni di metano e protossido di azoto derivanti dagli allevamenti di animali industriali sarebbe a portata di mano.

Adattamento

ll mondo si è già riscaldato a 1,3 °C rispetto ai livelli preindustriali e alcuni degli impatti dell’attuale riscaldamento sono irreversibili, quindi dovremo adattarci agli impatti di fattori più estremi. Le infrastrutture, compresi i trasporti, le reti di telecomunicazioni, le abitazioni e le aree rurali dovranno essere adattate e protette, ad esempio costruendo ferrovie che abbiano meno probabilità di cedere al caldo o pavimentazioni stradali che abbiano meno probabilità di sciogliersi e costruendo case che non si surriscaldino.

L’obiettivo globale sull’adattamento (Gga), un impegno collettivo proposto dal gruppo africano nel 2013 e stabilito nell’ambito dell’accordo di Parigi, vuole portare l’azione politica e il finanziamento sulla stessa scala della mitigazione, proprio a partire da Dubai. Le questioni chiave sulla progettazione, la portata, l’attuazione, il monitoraggio e chi dovrebbe pagare hanno ostacolato i progressi negli ultimi otto anni. La bozza del testo è stata finalmente pubblicata il 10 mattina e, come sempre, si tratta di un compromesso. Viene evidenziato il gap finanziario e i Paesi sviluppati sono invitati a raddoppiare i finanziamenti rispetto ai livelli del 2019 entro il 2025, ma il testo non riflette l’urgenza né menziona l’ultimo rapporto sul gap di adattamento dell’Onu, secondo il quale i finanziamenti per l’adattamento dovrebbero raggiungere i 290 miliardi all’anno. Il principio delle responsabilità comuni ma differenziate (Cbdr) è stato, come sempre, contrastato da alcuni Paesi sviluppati, che hanno inserito un’opzione deresponsabilizzante “nessun testo” nella bozza.

Stabilire obiettivi misurabili specifici per l’adattamento globale è fondamentale affinché il Gga abbia senso, ma sembra che ciò potrebbe essere ulteriormente ritardato con un altro programma di lavoro biennale per sviluppare parametri per misurare i progressi nell’adattamento legati alla scarsità d’acqua, ai rischi legati all’acqua, salute, cibo, agricoltura ed ecosistemi.

L’adattamento è il tema più importante per i Paesi poveri che, poveri di emissioni, subiscono gravi danni dalle emissioni altrui, specie in Africa e nel Pacifico. Le Cop climatiche hanno finora dato poca attenzione all’adattamento anche se l’Accordo di Parigi ne stabilisce la parità operazionale con la mitigazione. Alcuni Paesi stanno frapponendo ostacoli al negoziato, timorosi dei grandi costi in gioco. Gli obiettivi di adattamento, secondo le delegazioni africane, devono essere concordati in questa Cop 28, altrimenti vorrebbe dire che la vita delle persone nel Sud del mondo non ha importanza.

Superato il limite di 1,5° C, l’adattamento sarà estremamente costoso o impossibile. I delegati dei Paesi vulnerabili sono molto preoccupati per gli scarsi progressi compiuti alla Cop 28 sull’adattamento e sui piani e i finanziamenti necessari per proteggere le persone dagli impatti crescenti della crisi climatica. Il Programma ambientale delle Nazioni Unite ha dichiarato a novembre che sarebbero necessari da 215 a 387 miliardi di dollari all’anno, ma nel 2021 sono stati erogati solo 21 miliardi di dollari. Le comunità vulnerabili hanno un disperato bisogno di più finanziamenti per costruire la resilienza agli impatti della crisi climatica, ma il testo si limita a ribadire l’appello di lunga data rivolto ai Paesi sviluppati a raddoppiare i finanziamenti per l’adattamento senza fornire una tabella di marcia chiara per realizzarli.

Nel testo mancano anche obiettivi globali concreti. I Paesi sviluppati si sono impegnati a raddoppiare almeno i finanziamenti per l’adattamento entro il 2025: una tabella di marcia dettagliata è l’unico modo per raggiungere questo obiettivo. Occorre definire quali fondi i singoli Paesi sviluppati intendono fornire entro il 2025 e come questo potrà arrivare ad almeno 40 miliardi di dollari all’anno. È preoccupante anche vedere mancato l’obiettivo di proteggere il 30% del territorio entro il 2030. La natura è un’alleata nel limitare gli impatti della crisi climatica e questo deve essere riconosciuto e affrontato. Inoltre, è chiaro a tutti che il mancato investimento nell’adattamento, compresi i sistemi di allarme rapido, le difese contro le inondazioni e le colture resistenti alla siccità, non farà altro che aumentare i costi delle perdite e dei danni nel lungo termine.

Il testo, di cui riportiamo un estratto (Carbonbrief), sembra definitivo; infatti, non registra nessuna parentesi e solo tre opzioni, sui principi. È fortemente qualitativo, non quantitativo, solo gli obiettivi di governance sono quantitativi. Il dettato sui finanziamenti è vago. Avvia un programma di lavoro, come abbiamo detto, di addirittura due anni sugli indicatori di progresso.

Il mercato del carbonio

Viene fuori una proposta sul mercato del carbonio che consentirebbe lo scambio di emissioni da Paese a Paese. Se ci dovessero essere, i grandi inquinatori come il Regno Unito e l’Arabia Saudita potranno acquistare crediti di carbonio da Stati con importanti risorse naturali che assorbono carbonio (sink) come Brasile e Indonesia per aggiustare i propri contributi nazionali determinati (Ndc). Ma si teme che, se il testo riporterà regole deboli, il sistema potrebbe generare crediti senza valore, minando gli sforzi per affrontare la crisi climatica.

Sabato sera è stato pubblicato il nuovo testo sullo scambio di emissioni tra Paesi, disciplinato dall’articolo 6.2 dell’accordo di Parigi. Non include più regole o linee guida sulla riservatezza degli accordi sul carbonio, il che significa che i governi non dovranno mai rendere pubblici i dettagli dell’accordo, fatto alquanto preoccupante.  Anche dopo un anno di scandali che hanno messo in luce diffusi fallimenti e frodi nel mercato del carbonio (si veda: Greenwashing), i negoziatori sembrano non aver imparato alcuna lezione. Le ultime proposte per lo scambio di emissioni in discussione mancano di qualsiasi controllo e trasparenza significativi. Accettarli sarebbe una vittoria per i furbetti del carbonio e un indebolimento enorme per l’azione climatica. Per far luce sugli scambi di carbonio, abbiamo bisogno almeno di avere limiti chiari sulle disposizioni in materia di riservatezza, conseguenze reali per i Paesi che non rispettano le regole e barriere contro i Paesi che vogliono fare marcia indietro sulle attività che hanno autorizzato. Il testo attuale non include nulla di tutto ciò. 

di Toni Federico, coordinatore del Gruppo di lavoro “Energia e Clima” (Goal 7-13) dell’ASviS e del Comitato tecnico-scientifico della Fondazione per lo sviluppo sostenibile. Gli approfondimenti completi sono disponibili sul sito della Fondazione. 

 

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Fonte copertina: andranik2018, da 123rf.com

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