17 Aprile 2026
Le disparità di genere che contraddistinguono il percorso educativo si riverberano anche sul fronte occupazionale. Da un lato le ragazze sono più costanti nel loro impegno scolastico: nel 2019 solo l’11,5% ha abbandonato la scuola (contro il 15,4% dei ragazzi) e circa un terzo delle ragazze riesca a laurearsi (contro un quinto dei ragazzi). Dall’altro però tra le neolaureate che hanno conseguito il titolo di primo livello nei primi sei mesi del 2019, solo il 62,4% ha trovato lavoro, con un calo di 10 punti percentuali rispetto al 2019, mentre per i laureati maschi il calo è di 8 punti (dal 77,2% al 69,1%), con retribuzioni comunque superiori del 19% rispetto alle neolaureate. A questo quadro si aggiunge il fenomeno spesso sottovalutato delle “sovra-istruite”, ovvero delle ragazze con qualifiche post-laurea, soggiorni all’estero e anni di esperienza che – pur di lavorare –accettano lavori sottoqualificati e sotto retribuiti.
Sebbene l’istruzione resti dunque un fattore cruciale per il futuro delle ragazze, questo non basta a colmare i divari occupazionali che nel complesso contano un tasso di mancata occupazione tra le 15-34enni che raggiunge il 33% contro il 27,2% dei giovani maschi. Un fattore certamente penalizzante per le ragazze è il più basso rendimento nelle materie scientifiche rilevato dai test Invalsi: se nella primaria le bambine ottengono 4,5 punti in meno rispetto ai coetanei, il gap sale a -6 punti al 2° anno delle superiori, fino a -10 punti all’ultimo anno delle scuole superiori. Questa disuguaglianza di competenze o “segregazione formativa” che vede quindi le ragazze più orientate alle materie umanistiche e molto poco a quelle scientifiche, condizionando la scelta dell’indirizzo universitario, rappresenta un ostacolo anche per il futuro percorso professionale delle giovani donne, oltre che uno stereotipo consolidato che vede gli uomini più brillanti nelle scienze.
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