20 Aprile 2026
Le superfici terrestri protette, inclusa la rete “Natura 2000”, costituiscono il 21,7% del territorio nazionale, a rischio per diversi fattori: gli incendi boschivi minacciano il 18% della copertura naturale del Paese, mentre il 35% è classificata nella categoria delle aree “quasi” minacciate, percentuali che possono aumentare per effetto dei cambiamenti climatici; oltre al consumo di suolo, l’Ispra valuta che il degrado del suolo interessi il 17% del totale disponibile, con una variabilità regionale che va dal 3% al 28%. In assenza di misure per fermare il consumo e l’impermeabilizzazione del terreno e sulla base delle politiche attuali, l’Italia non riuscirà a perseguire gli obiettivi al 2030 di azzerare l’aumento del consumo di suolo annuo e raggiungere la quota del 30% delle aree terrestri protette.
Secondo il Rapporto ASviS, le politiche pubbliche nazionali non hanno finora strutturato soluzioni per rispondere a quanto l’Italia si era impegnata a fare a livello europeo e internazionale, agendo sulle cause strutturali antropiche che determinano il fenomeno della perdita di biodiversità. Per esempio, la Legge n. 221/2015 aveva introdotto alcuni strumenti per sviluppare politiche ambientali basate su una visione sistemica, riconoscendo il ruolo della tutela e valorizzazione del capitale naturale per la prosperità sociale ed economica. La pubblicazione dei vari rapporti sul capitale naturale e del Catalogo dei sussidi ambientali non hanno però avuto alcuna influenza concreta sulle politiche nazionali. Anche la redazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), finalizzato a imprimere una spinta importante a riforme e investimenti per la transizione verde, non ha considerato le raccomandazioni chiave in essi contenuti.
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