La qualità dello sviluppo e il benessere socio-economico

17 Aprile 2026

Il tema della misurazione della qualità dello sviluppo e del benessere degli individui ha stimolato, negli ultimi anni, ampi spazi di discussione in tutto il mondo e può ormai contare su importanti esperienze nazionali e internazionali, cui hanno contribuito diverse discipline economiche e sociologiche in grado di dare conto della complessità della società e di monitorare quei fenomeni che, in maniera e in misura diversa, contribuiscono alla qualità dello sviluppo e al benessere dei cittadini. Come gli studi dimostrano (e come il buon senso suggerisce) la crescita economica ha una relazione stretta con la qualità della vita degli individui e con le caratteristiche e le dotazioni dei territori. E la competitività, nonostante quello che molti affermano, aumenta in funzione di quanto crescono l’equità e le possibilità offerte agli individui.

Su queste basi FDV e Tecnè, due istituti di ricerca che da tempo collaborano, hanno realizzato il “Rapporto sulla qualità dello sviluppo in Italia” che – senza alcuna pretesa di esaustività – ha l’obiettivo di misurare lo stato di salute del Paese da uno specifico punto di vista: quello delle disuguaglianze territoriali.

La scelta del sistema di indicatori e del metodo di calcolo degli indici (basato sulla distanza di ogni singola regione rispetto alla media nazionale) è funzionale proprio a evidenziare le eccellenze e misurare le distanze tra i vari territori. Si tratta della seconda edizione del rapporto e rispetto all’edizione del 2015 il rapporto è stato arricchito di nuovi indicatori (da 87 a 104), raggruppati in 12 macro-aree di analisi:

STANDARD ABITATIVI, BENI POSSEDUTI DALLE FAMIGLIE, CONTESTO TERRITORIALE, CONDIZIONI DI SALUTE DEGLI INDIVIDUI, SERVIZI SOCIO-SANITARI, CAPITALE SOCIALE, CAPITALE CULTURALE, INFRASTRUTTURE ECONOMICHE, EQUITA' SOCIO-ECONOMICA, FIDUCIA ECONOMICA, FIDUCIA INTERPERSONALE, SODDISFAZIONE PERSONALE.

Nonostante la crescita economica registrata dal Pil e il modesto miglioramento dei livelli occupazionali, l’Italia continua a mostrare i segni di un progressivo deterioramento della qualità dello sviluppo, accompagnato da profonde differenze territoriali e sociali.

L’indice generale scende da 100 a 99, con un peggioramento rispetto allo scorso anno, in particolare, nel nord e nel centro e con il mezzogiorno che continua a essere in grave ritardo rispetto al resto del Paese. Aumentano le disuguaglianze economiche e la concentrazione della ricchezza. 

Dei 12 indicatori presi a riferimento nella tabella, 7 migliorano e 1 risulta uguale rispetto al 2015. Ma i 4 che peggiorano fanno calare l’intero indice rispetto all’anno precedente. Il problema è rappresentato –in modo evidente- dalla “fiducia economica”.

La fiducia è uno dei motori più importanti della crescita economica, senza la quale non solo diventa difficile fare progetti di vita, ma anche i consumi e gli investimenti tendono a comprimersi o a dilatarsi in attesa di tempi migliori. L’aumento delle disuguaglianze rispecchia un Paese che ha perso fiducia nel futuro, dove gli ascensori sociali hanno smesso di funzionare e la povertà ha sempre più sintomi di una malattia cronica. Solo il 31% pensa che la situazione economica dell’Italia migliorerà nei prossimi 12 mesi (era il 44% nel 2015) e se si guarda alla situazione personale appena l’11% si attende un miglioramento (-2%). Non va meglio sul fronte del lavoro: solo il 24% pensa che l’occupazione crescerà (era il 31% nel 2015). Nel complesso l’indice della fiducia economica scende da 100 a 76, con il nord-ovest a 97 punti (ma erano 120 nel 2015), seguito dal nord-est con 88 punti (erano 134), dal centro con 76 punti (86) e dal mezzogiorno con 56 punti (72). La Lombardia guida la graduatoria, seguita dal Veneto.

La qualità dello sviluppo si misura ovviamente anche nella rete di relazioni e in quella “spinta a partecipare” alla vita civile, sociale e politica, che trova riscontro nel tema dedicato agli amici, nell’attenzione e nella cura verso il prossimo, nell’interesse nei confronti della politica. E’ questo che viene definito “capitale sociale”, altro indicatore in calo rispetto al 2015. Si frequentano meno gli amici e si passa meno tempo fuori casa, ma si è più soddisfatti del tempo libero. Peggiorano gli standard abitativi ma aumentano beni posseduti dalle famiglie come consolle di videogiochi e parabole), in una sorta di adattamento funzionale verso la dimensione domestica.

Questa dinamica segnala un ripiegamento nel privato e un indebolimento della propensione sociale partecipativa. Cala la partecipazione agli eventi collettivi ma cresce l’interesse individuale nei confronti di ciò che accade nel Paese. Aumentano le forme di solidarietà non partecipativa: crescono quanti sono disponibili a dare un aiuto economico ma diminuiscono quanti sono disponibili a dare un aiuto pratico e diretto, mentre prende forma una conflittualità sociale a bassa intensità e ad alta frequenza, che diventa più forte nelle area sociali più vulnerabili.

Le differenze nella struttura economica e sociale si riflettono anche negli indicatori che misurano l’equità, confermando la relazione ben nota nell’analisi economica tra crescita del disagio e crescita delle disuguaglianze. Il nord è senz’altro l’area del Paese dove il livello di disuguaglianza economica è inferiore mentre nel mezzogiorno sia per quanto riguarda la distribuzione dei redditi che per quanto riguarda la concentrazione della ricchezza il livello sale moltissimo. Rispetto al primo rapporto, il nord-ovest flette di 3 punti, il nord-est aumenta di 2 punti, il centro e il mezzogiorno scendono rispettivamente di 3 e 1 punto. Trentino, Lombardia ed Emilia Romagna sono le regioni in testa in questa graduatoria.

In sintesi: le 3 regioni migliori dal punto di vista della qualità dello sviluppo sono il Trentino Alto Adige (136), il Friuli Venezia Giulia (113) e il Veneto (112). Fanalino di coda, nell’ordine, Campania, Sicilia e Calabria.

Nel complesso l’Italia cresce economicamente (poco, nonostante il contesto internazionale favorevole) e la ricchezza tende sempre più a concentrarsi in fasce di popolazione ad alto reddito, col risultato che il ceto medio è più fragile, aumentano i poveri e (soprattutto) i quasi-poveri, il lavoro è percepito più instabile e nel complesso è più difficile migliorare le proprie condizioni economiche, sociali e professionali. Tutto ciò si riflette in un sentimento di diffuso pessimismo sul futuro del Paese e in una crescente sfiducia economica, di cui la condizione del lavoro è il perno centrale. La mancanza di occupazione, la precarizzazione, la svalorizzazione del lavoro e dei suoi diritti oltre che un enorme problema per le persone, rappresentano un freno allo sviluppo del Paese. Dare risposte partendo dai più deboli è dunque non solo giusto ma è il meccanismo necessario per dare sicurezza a tutti. 

 

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