1 Giugno 2020

La situazione italiana è in mutamento: la progressiva diminuzione della superficie destinata all'agricoltura segue lo sviluppo delle aree urbane. Un abbandono dei campi che, però, non ha a che fare con l'abbassamento della produttività della terra, ma ha ragioni sociali. A questo si lega una colonizzazione forestale che si estende alle aree interne, sulle colline e lungo l'arco alpino.
Parallelamente, nell'agricoltura cresce l'uso di pratiche di coltivazione intensiva che determina profonde modifiche all'ambiente e contribuisce al degrado della qualità del suolo. Inoltre, aumentano le aree artificiali (spazi sottratti dall'uomo alla natura per qualsiasi scopo o destinazione), necessarie per fare posto alle infrastrutture per il trasporto e nuove costruzioni, che dagli anni '50 del secolo scorso ad oggi sono cresciute del 180%.
L'abbandono delle aree agricole sta favorendo la crescita delle aree boschive, anche se questo non sempre si traduce in un aumento della biodiversità. Foreste che, secondo il professore ordinario di Scienze e tecnologie forestali ed ambientali dell'Università del Molise Marco Marchetti, copriranno entro pochi anni la metà del territorio nazionale. Era dal Medioevo che non succedeva.
Il verde in Italia cresce: negli ultimi cinque anni gli alberi sono aumentati ad un ritmo superiore al 4%. Tuttavia, lo sviluppo forestale, insieme alla crescita dei centri urbanizzati, ha ridotto del 4% le aree agricole. Vicino ad aree sovrasfruttate come le città, dunque, si trovano zone abbandonate, soggette allo spopolamento e all'abbandono.
Citando il Rapporto prodotto dall'Ispra, il professore del Politecnico di Milano Paolo Pelleri ha messo l'accento su come le “modifiche del territorio” siano avvenute “in maniera casuale e improvvida” senza una regia nazionale o europea. “I Paesi più in difficoltà economica sono quelli che consumano più suolo. La gestione delle risorse deve essere gestita da un potere centrale”.
di William Valentini
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