20 Aprile 2026

Partiamo da una buona notizia: dopo l’arresto causato dalla pandemia, la speranza di vita alla nascita è tornata a crescere, attestandosi nel 2023 a 83,1 anni, e secondo le stime del centro studi Prometeia, con cui l’ASviS ha collaborato per fornire per la prima volta previsioni al 2030 per oltre 30 indicatori, nel 2030 la speranza di vita sorpasserà gli 84 anni. Tuttavia, l’invecchiamento della popolazione italiana è registrato anche dall’aumento dell’indice di vecchiaia, cioè dal rapporto tra la popolazione anziana e quella giovane: nel 2023 ogni 100 giovani con meno di 15 anni c’erano 193,1 persone con più di 65 anni (nel 2010 erano 144,4).

Diminuisce la probabilità di morire per malattie non trasmissibili, come le malattie cardiovascolari e il cancro, che passa dal 10,2% nel 2010 al’8,4% nel 2021. Questa riduzione permetterebbe di raggiungere l’obiettivo del 7,3% al 2025. Positivo anche il dato sul consumo di alcol che si riduce di 4,7 punti percentuali tra il 2010 e il 2023. Gli indicatori riguardanti la disponibilità di personale sanitario sono invece discordanti: il numero degli infermieri e degli ostetrici ogni mille abitanti è aumentato di 1,5 tra il 2013 e il 2022; nello stesso periodo, tuttavia, il numero di medici di medicina generale ogni 10mila abitanti si è ridotto di 0,8 punti percentuali.

Le disuguaglianze tra le regioni italiane sono complessivamente costanti, tuttavia il Rapporto ASviS sottolinea il rischio concreto di un ampliamento dei divari territoriali in ambito sanitario derivante dall’approvazione della Legge n.86 del 26 giugno 2024 sull’autonomia differenziata. Infatti, le disuguaglianze territoriali nei Livelli essenziali di assistenza e nell’accesso si traducono, in molte regioni del Sud e nelle aree più vulnerabili, in maggiore povertà sanitaria, minore speranza di vita alla nascita, maggiore mortalità. Con l’autonomia differenziata le regioni potrebbero richiedere il trasferimento di funzioni in diversi ambiti “non-Lep” (dalla gestione e retribuzione del personale, alle politiche tariffarie, alla gestione di fondi sanitari integrativi) insieme a risorse umane, finanziarie e strumentali, rischiando di aggravare ulteriormente le disuguaglianze territoriali nelle condizioni di accesso al diritto alla salute.

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