20 Aprile 2026
Mentre scrivo da una Belém afosa, arriva l’ennesima mail dai corridoi della Cop. È tardi, molto tardi, eppure si continua a negoziare come se fossimo alla notte finale. In realtà siamo solo all’inizio del giorno 5. In una Cop che corre veloce, questa intensità dice già tutto: i nodi stanno emergendo e non sono marginali.
Il primo riguarda l’adattamento: uno dei risultati più attesi da Belém sarebbe un nuovo blocco di indicatori per monitorare i progressi dei Paesi su resilienza e impatti. Ma il confronto si sta rapidamente trasformando in un fronte di tensione. Un gruppo di Paesi africani e arabi sta chiedendo di rinviare la decisione al 2027. La posizione nasce da un punto chiaro: senza certezze finanziarie, gli indicatori rischiano di diventare solo un elenco di compiti impossibili da realizzare.
Il timore di fondo è che gli attuali criteri finiscano per conteggiare anche fondi nazionali già insufficienti, mentre il vero nodo è l’assenza di risorse internazionali. La richiesta è dunque di costruire gli indicatori con più tempo e più realismo, per renderli coerenti con le capacità dei Paesi di pianificare e pagare l’adattamento. Una dinamica che potrebbe frenare l’ambizione brasiliana di fare della Cop 30 la “Cop dell’adattamento”.
E i fossili?
Il messaggio lanciato da Lula il primo giorno, ovvero costruire una roadmap globale di transizione dai combustibili fossili, non è rimasto lettera morta. Anzi, sta prendendo forma. Un gruppo sempre più ampio di Paesi, dalle economie avanzate a quelle emergenti, ha iniziato a coordinarsi per portare il tema nel pacchetto finale della Cop, anche se non compare nell’agenda ufficiale. L’idea di base è semplice: senza un orientamento chiaro, condiviso e pluriennale, la transizione rischia di procedere a macchia di leopardo. Serve una bussola comune che guidi l’uscita dai fossili e che tenga insieme scienza, giustizia sociale e tempistiche compatibili con l’obiettivo 1,5°C. La sfida è ora trasformare il sostegno politico in numeri concreti.
Altro da sapere sui negoziati?
- Partecipazione Indigena: Belém è la Cop con la più ampia partecipazione indigena di sempre: circa 2.500 persone da tutto il Brasile e dal resto del mondo. Eppure, solo una piccola parte riesce ad accedere alla Blue Zone, l’area dove si negozia davvero. Il risultato è un paradosso: massima presenza, minimo potere.
- Sul Mitigation Work Programme è arrivata una spinta forte dai piccoli Stati insulari, che ricordano a tutti che senza impegni chiari non esiste futuro per nessuna agenda climatica. La bozza circolata stamattina riconosce il ruolo della scienza, della soglia 1,5°C, delle foreste e dell’economia circolare, ma resta vuota di impegni vincolanti. Un testo che, così com’è, rischia di non spostare l’ago della bilancia.
- L’articolo 2.1(c) dell’Accordo di Parigi dice questa cosa molto concreta: i soldi – investimenti pubblici, privati, finanziamenti, prestiti – devono andare nella direzione giusta, cioè verso un’economia che inquina meno e che è preparata agli impatti climatici. Sul tema sono ripresi i negoziati, i Paesi alla Cop hanno accettato di iniziare almeno a scrivere una prima bozza che raccolga tutte le posizioni. Non è un accordo, né un testo finale. Ma è un segnale che qualcosa si muove.
Se la presidenza della Cop 30 riuscirà a tenere insieme queste tensioni, si potrebbe davvero raggiungere un buon risultato!
di Andrea Grieco
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