12 Gennaio 2026
Negli ultimi 60 anni, la corsa dell’agroindustria verso la produttività e la competizione “quantitativa” ha progressivamente messo da parte l’agricoltura rurale, quella che custodisce la memoria alimentare e culturale dei territori, il vero cuore del made in Italy. È il paradosso di un modello neoliberista che, nel tentativo di massimizzare i rendimenti, finisce per distruggere i fattori autentici della competitività: la qualità, la diversità e la resilienza dei sistemi agricoli.
È in questo contesto che si inserisce l’esperienza di Valentina Dugo, che ama definirsi un’attivista dell’agrobiodiversità, ossia della biodiversità di interesse agricolo e alimentare. La sua storia personale è un percorso di trasformazione e di consapevolezza, nato tra i fornelli e approdato nei campi.
“Dopo 20 anni di lavoro nella ristorazione, da semplice aiuto cucina a chef, ho trovato nel cibo la porta d’ingresso verso la terra – ci dice Dugo -. La ricerca delle migliori materie prime per i piatti mi ha condotto a conoscere da vicino i produttori locali, i loro saperi e i valori che si nascondono dietro la filiera alimentare. Da quel momento, il mio interesse si è spostato dal gusto al dietro le quinte della produzione alimentare, dai sapori ai significati culturali che rendono il cibo un veicolo di identità”.
All’inizio si è dedicata alla realizzazione di diversi documentari sulle comunità rurali e ai piccoli produttori italiani, con l’obiettivo di restituire voce a chi custodisce la qualità e l’autenticità del cibo. Col tempo, la sua attenzione si è concentrata su un alimento simbolo della civiltà mediterranea: il grano. “Analizzando l’aumento delle intolleranze e dei casi di celiachia, ho iniziato a interrogarmi su cosa fosse cambiato nel frumento moderno – continua Dugo -. Ho scoperto così che, nel corso dei decenni, il grano è stato radicalmente modificato: le varietà tradizionali, alte e nutrienti, sono state sostituite da specie più basse e produttive, selezionate per massimizzare la resa agricola a scapito della qualità nutrizionale. Un cambiamento silenzioso che ha ridotto la biodiversità e trasformato uno dei pilastri della dieta mediterranea in un alimento percepito come problematico”.
Da questa consapevolezza nasce il Consorzio Avo, una rete di piccole aziende agricole umbre impegnate nel recupero e nella coltivazione di varietà antiche di frumento. Il progetto, condotto in collaborazione con l’Università della Tuscia di Viterbo, ha dato vita a un modello di agricoltura rigenerativa che si oppone alle logiche intensive dell’agroindustria. Le aziende del consorzio, distribuite tra Foligno e le aree interne dell’Umbria, lavorano in territori marginali dove la grande agricoltura non arriva: qui le varietà locali, rustiche e adattabili, si integrano perfettamente con l’ecosistema.
“Queste coltivazioni – spiega Dugo – sono perfette per fornire un’opportunità economica ad aziende in territori dove l’agricoltura non si fa più, e quindi contrastarne l’abbandono, mantenendo il presidio e la custodia di quei territori”.
Il Consorzio Avo produce oggi una pasta artigianale realizzata con antiche varietà di grano duro turanico, della stessa famiglia del kamut e dei grani duri siciliani Timilia e Perciasacchi. Recuperate attraverso un percorso sperimentale a partire da pochi semi, queste varietà non hanno subito manipolazioni genetiche moderne e mantengono la struttura del glutine originario, più digeribile e con un impatto metabolico ridotto.
Dal punto di vista ambientale, nei campi non vengono utilizzate pratiche di irrigazione intensiva, né adoperati fertilizzanti chimici: si utilizza solo concime naturale o compost biologico, riducendo l’impronta ecologica e migliorando la fertilità dei suoli. “Gli alimenti di montagna – ricorda Dugo citando l’antropologo Luciano Giacchè – sono avari in quantità ma generosi in qualità”. Una frase che riassume bene questa filosofia agricola: produrre meno, ma meglio.
Dal lavoro sul campo è poi nato anche Biodiversity network, la Rete innovativa dei custodi della terra. Si tratta di una piattaforma digitale, oggi in fase di attuazione, che punta a creare il primo mercato della biodiversità agricola e alimentare. L’obiettivo è connettere aziende, territori e consumatori, valorizzando le varietà locali e i servizi ecosistemici legati all’agricoltura, in un network innovativo. Il progetto è stato sviluppato all’interno del National biodiversity future center (Nbfc), il grande cluster di ricerca finanziato dall’Unione europea e promosso, tra gli altri, dal Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) e dal ministero Università e ricerca (Mur).
Il messaggio è chiaro: recuperare la biodiversità agricola non significa solo conservare varietà antiche, ma costruire un nuovo paradigma economico fondato sulla salute, la cultura e la sostenibilità. “Ogni seme salvato è un atto di libertà – conclude Dugo -. È la possibilità di un futuro in cui l’economia non consuma la terra, ma la rigenera”. E di rigenerazione, con la crisi climatica e la perdita di biodiversità che bussano alle nostre porte, si avverte un disperato bisogno.
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